sabato 26 maggio 2012

LE FINANZE DEI SAVOIA, PRIMA DELLA VIOLENTA ANNESSIONE DEI TERRITORI AL REGNO DI SARDEGNA E PIEMONTE



Nord «padre» del debito pubblico
Un servizio di Morya Longo tratto da un'indagine del "Sole 24 Ore"
Con le guerre gli oneri del Piemonte salgono del 565% nel decennio pre-unitario

«Gli atti del governo esprimono tutti un principio: le risorse finanziarie dello stato non bisogna cercarle né nel debito, né nei nuovi tributi, ma esclusivamente nell'ordine e nell'economia. Perché veramente il miglior governo è quello che costa meno».
Queste parole non sono state pronunciate dal cancelliere Angela Merkel, nel tentativo di redarguire gli stati europei iper-indebitati Né dalla Banca centrale europea. A dire la verità, non sono neppure dei giorni nostri. A scriverle, in un libricino datato 1862, è stato invece l'economista Giacomo Savarese: si riferiva al Regno delle due Sicilie. Può sembrare strano, ma prima dell'unità d'Italia l'esempio di rigore nei conti pubblici arrivava proprio da li: dal Meridione borbonico. Era invece il Piemonte ad avere conti fuori controllo, con un debito pubblico cresciuto del 565% nel decennio precedente all'Unità d'Italia. Insomma: è stato il Regno dei Savoia a portare nella nascerne Italia la cultura del debito facile, della finanza allegra.Se si guarda la situazione delle finanze pubbliche nel decennio precedente al 1861, si può trarre la conclusione che per il Regno di Sardegna la creazione di un'Italia Unita fosse anche un modo per aggiustare i conti. O, quantomeno, per annacquare i problemi. La bilancia commerciale piemontese perennemente in rosso e soprattutto i costi della politica estera e delle guerre (a partire da quella di Crimea) hanno fatto lievitare il debito del regno in pochissimi anni.Nel 184S ammontava a 168 milioni dì lire, mentre nel 1859 (prima dell'Unità d'Italia) era salito a 1,12 miliardi di lire. Una montagna enorme, pari al 73& del Pil. Diametralmente opposta era invece la situazione nel Regno del le due Sicilie: con una gestione dello stato improntata sul contenimento delle tasse, il debito borbonico sale dai 317 milioni del 1848 ai 411 del 1859: il rapporto debito Pil nel 1859, è cosi su un più gestibile 16,57%.Ovvio che i Savoia negli anni di Cavour dovessero fare qualcosa per salvare i conti. Le tentarono tulle. La prima strada scrive Savarese fu di oscurare le informazioni: dopo il 1855 il Regno di Sardegna non redige più un bilancio dello stato. Blackout. Spulciando tutti i bollettini e le leggi Savarese scopre che le spese approvate dal parlamento dal 1848 al 1859 ammontavano a 369 milioni di lire, mentre il debito nello stesso periodo è salito di 928 milioni. Insomma: il Piemonte sembra aver fatto sparire un bel po' di soldi. Oltre a questo il Regno di Sardegna percorre altre strade per aggiustare i conti pubblici alla meglio. Innanzitutto aumenta le tasse, inventando 23 nuovi balzelli in pochi anni. Poi vende i beni demaniali, a partire dallo stabilimento siderurgico di San Pier d'Arena, Ma non basta: nel 1859 il debito è elevatissimo. E le sorti dello stato erano in mano ai grandi banchieri come i Rothshild. Anche perché il Piemonte – secondo gli studi di Francesco Nitti – possedeva solo un patrimonio di 27 milioni di lire di oro: molto meno dei 443milioni del Regno delle due Sicilie. Restava dunque solo una cosa da fare: unirsi con chi aveva i conti in ordine.
Guarda caso proprio un po' più a Sud c'era un Regno che aveva fatto del rigore dei bilanci un imperativo categorico. Anche Vittorio Sacchi, piemontese mandato a dirigere le finanze napoletane dopo l'Unità d'Italia, trovò grande competenza: «Nei diversi rami dell'amministrazione delle finanze napoletane scrisse nel 1861si trovano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni più illuminato governo». Che queste parole corrispondessero al vero è dimostrato dal fatto che il povero Sacchi, dopo averle scritte, cadde in disgrazia. E anche i numeri Io confermano. Il Regno delle due Sicilie dopo la Restaurazione del 1815 ha solo cinque tasse. Le rendite pubbliche – calcola Savarese – salgono da 16 milioni di ducati a 30 «per effetto del crescere della ricchezza generale». Solo con i vari moti rivoluzionari (a partire da quelli del 1820) iniziano a salire i debiti e le casse del Regno cadono in disavanzo, ma ogni volta in breve tempo il "buco" viene chiuso. Morale: dal 1847 al 1859 il Regno delle due Sicilie non introduce alcuna nuova tassa e non vende alcun bene demaniale. Anzi: già dopo i moti del 1821 il Regno vanta 40 chilometri di rete ferroviaria e una marina molto fornita. E non c'è traccia di "auto-censura" sui bilanci pubblici.


Nel 1861 cambia tutto. L'Italia diventa unita e anche il debito pubblico. «Il Regno d'Italia scrive Savarese s'inaugurava a Torino con un alto debito». Sono passati 150 anni: l'alto debito è ancora tutto li. Ormai siamo arrivati a 1.800 miliardi di euro. Non di ducati o di lire ottocentesche. Non sono certo ereditati da Cavour (quantomeno perché i loro debiti nel frattempo saranno anche scaduti), ma di sicuro la gestione italiana delle finanze pubbliche ha per un secolo e mezzo mantenuto quella impronta.

Trovato su L'orgoglio di essere siciliani

giovedì 17 maggio 2012

COMPRA GIUSTO, COMPRA MERIDIONALE!


Si parla spesso di rilanciare la crescita, ma è proprio vero che l'aumento del Pil corrisponde ad un aumento di benessere? Non ne sarei così sicuro.

Certo le teorie economiche insegnano che l'aumento dei consumi produce un aumento della produzione, e quindi del reddito nazionale, ma forse questo non significa stare meglio. Già trent'anni fa si parlava di austerità, e forse ci sarebbe più bisogno di ridurre i consumi piuttosto che di aumentarli. Compriamo tante cose inutili, che non ci servono veramente. Mangiando assumiamo molte più calorie di quelle che consumiamo. Prendiamo la macchina anche se baterebbero pochi passi per arrivare a destinazione. Forse, più che aumentare i consumi sarebbe meglio razionalizzare le spese per averne benefici maggiori.

La vera rivoluzione è nel consumo consapevole, alla cui base sta l'informazione. Ignorare la pubblicità, che consideriamo informazione ingannevole. Informarsi  realmente, cercare le eccellenze e sostenerle. Soprattutto comprare le merci prodotte nel proprio territorio, in particolare quelle agro-alimentari. Sostenere le aziende vicine, il cosiddetto "chilometro zero". Premiare la qualità, ritornare alle origini. Ad un mondo perduto, da ricreare.

Si tratta di cambiare stile di vita. Non omologarsi a ciò che ci propone la televisione. Trovare una dimensione nuova. Un'identità che nasce dalle proprie tradizioni e guarda al progresso del proprio territorio.

Non consumare di più, consumare  meglio!

sabato 12 maggio 2012

STORIE DIMENTICATE: L'ANTICO ACQUEDOTTO ROMANO di Villapiana


UN ANTICO ACQUEDOTTO ROMANO SCOPERTO PER CASO.
Continua la nostra personale caccia di tesori nascosti, che fanno parte della nostra storia.

Villapiana (CS)- Ieri ci siamo casualmente imbattuti in un antico acquedotto romano, nei pressi di Villapiana, in zona San Vito. Un monumento che meriterebbe maggiore attenzione e considerazione, ma come spesso accade nelle nostre zone, il degrado e rifiuti la fanno da padrona. Resta comunque la bellezza di questo antico acquedotto romano, ancora oggi imponente nonostante il tempo, la cui storia andrebbe valorizzata al meglio.

giovedì 10 maggio 2012

INDIGNATI DALLA CAMPAGNA TIM


Ancora oggi, dopo 151 anni, le menzogne continuano sull'esercito borbonico. Sono stati tantissimi i soldati morti per la fedeltà e devozione alla propria patria, pertanto è inaccettabile infangare la memoria di questi eroi meridionali.



Come è accaduto per l'ironia, di cattivo gusto, vista nello spot pubblicitaria della Tim, dove i soldati borbonici si arrendono alla prima offerta promozionale della stessa Tim. 
In difesa della nostra storia e di tutti i suoi eroi, che hanno pagato con la propria vita la difesa della nostra terra, gridiamo la nostra rabbia.
Se questa campagna promozionale indigna anche te, invia la tua protesta ai seguenti indirizzi:
giuliano.gimona@telecomitalia.it
patrizia.alfiero@telecomitalia.it
investor_relations@telecomitalia.it
investitori.individuali@telecomitalia.it

L'IMU NON E' PER TUTTI UNA BATOSTA!


OGGI SU LA REPUBBLICA: IMU, PIU' ESENTI I RICCHI DEI PENSIONATI POVERI. I DATI DELLE FINANZE: PAGHERANNO SOLO 160MILA SUPERBENESTANTI, IL 30% NON E' TENUTO.

L'Imu è sempre più un problema per i cittadini ma non per tutti. Il quotidiano “La Repubblica” scrive che l'Imu si accanisce sulla categoria dei pensionati con redditi più bassi, almeno per quanto riguarda la prima casa. Ma il tutto non finisce qui, molti di quelli che hanno più di 120mila euro possono contare sulle basse rendite catastali. Con la crisi e le varie riforme i ricchi si fanno più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. Viviamo proprio in un Paese di Merda!

venerdì 27 aprile 2012

VITTIME DI STORIA: Sierra Leone








Agli inizi del 1991 cominciò una cruenta guerra civile in Sierra Leone, le cui cause possono essere ricercate nelle tante miniere di diamanti. Un conflitto durato undici lunghi anni, dal 1991 al 2002,  tra i ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito (sostenuti dalle forze speciali del National Patriotic Front of Liberia) e le forze governative comandate da Joseph Momoh.

Il RUF fu creato da Foday Sankoh , Abu Kanu e Rashid Mansaray (con sostanziale aiuto da parte di Charles Taylor) e non aveva una vera ideologia al di fuori del malcontento del popolo con il governo. Lo slogan dei ribelli erano "Non più schiavi, non più padroni. Potere e prosperità al popolo", mentre il suo vero scopo era chiaramente quello di abbattere il governo della Sierra Leone. Nel primo anno di guerra il RUF conquistò il controllo di ampi territori nell'est e nel sud del paese, ricchi di miniere di diamanti. Il governo si mosse con piccoli attacchi ma la diminuzione dei guadagni derivanti dalla produzione di diamanti fecero precipitare la situazione. Nell'aprile del 1992 ci fu l'inevitabile colpo di stato militare in cui prese il potere il National Provisional Ruling Council.

Verso la fine del 1993, le truppe governative riuscirono a riconquistare le miniere in mano ai ribelli, costringendo il RUF alla ritirata verso iconfini con la Liberia. Ma il presidente della Liberia, Taylor, fornì ancora più aiuto e sostegno ai ribelli del RUF, in cambio di diamanti. Nel marzo 1995, il governo fu costretto a chiedere l'aiuto delle forze mercenarie sudafricane degli Executive Outcomes  per sconfiggere definitivamente i ribelli. Anche grazie al merito dei mercenari la popolazione della Sierra Leone svolse delle libere elezioni, nel marzo del 1996. Dopo l'accordo di pace di Abidjan tra il RUF e il governo, le Nazioni Unite fanno annullare al governo il suo contratto con i mercenari dell'EO. Ma con il ritiro dei sudafricani, ancora prima che l'accordo di pace fosse messo in pratica, i ribelli del RUF ripresero le armi. Nel maggio del 1997, un nuovo colpo di stato rovesciò il governo per mano di ufficiali dell'esercito, insediando al comando del paese l'Armed Forces Revolutionary Council. Senza incontrare resistenza il RUF si unì in poco tempo all'AFRC conquistando Freetown. Il nuovo governo guidato da Johnny Paul Koroma, dichiarò ufficialmente conclusa la guerra  civile ma in quello stesso tempo il paese veniva sconvolto da un'ondata di morti, saccheggi, stupri e violenze. Dopo tutto questo sangue versato le truppe dell'ECOMOG, guidate dalla Nigeria, arrivarono in aiuto della popolazione fino alla capitale ma senza riuscire a riprendere il controllo della Sierra Leone. Nel gennaio 1999 la comunità internazionale, dopo essere stata a guardare, decise di intervenire diplomaticamente per arrivare ad un nuovo negoziato tra il governo e i ribelli. Il nuovo accordo di pace di Lome, del 27 marzo di quello stesso anno, portò il comandante del RUF Foday Sankoh alla vice presidenza del paese e il controllo delle miniere di diamanti. Per il RUF la vice presidenza e le miniere non erano, evidentemente, ancora abbastanza visto che le forze ribelli non rispettarono il patto di disarmo e nel maggio 2000 il conflitto riprese.

Un contingente di pace delle Nazioni Unite rimase in missione nel paese per aiutare il debole governo di Ahmad Tejan Kabbah  ma solo con l'arrivo della Gran Bretagna e il supporto delle forze aeree guineane si arrivò alla sconfitta definitiva del RUF. Il 18 gennaio del 2002, dopo undici lunghi anni che dilaniato il paese, il presidente Kabbah dichiarò ufficialmente conclusa la guerra.

Questa  guerra civile fece oltre 50.000 vittime e tantissimi bambini soldati

 

Un diamante vale tutto questo prezzo?

Grandi o piccoli i diamanti sono una passione di vita per molte persone, spesso però queste meraviglie della natura hanno un caro prezzo, molto più alto di quello economico. Come in passato è stato per la popolazione della Sierra Leone questi diamanti sono morte e distruzione anche per altre persone.Estratti in zone di guerra, questi Diamanti Insanguinati, vengono venduti clandestinamente per finanziare insurrezioni e guerriglie.





domenica 15 aprile 2012

STORIE DIMENTICATE: IL MONASTERO DI COLLORETO

Norman Douglas passò da qui. Così lo scrittore inglese: «In un anfratto ombroso ai piedi delle montagne (…), sorge un’imponente costruzione merlata: è un monastero, detto il Colorito, ora in rovina. I francesi lo bombardarono perché ospitava i briganti alleati dei Borboni».

MONASTERO DI COLLORETO

MONASTERO DI COLLORETO
I ruderi del Monastero di Colloreto (1546), si trovano a 7 Km circa dall'abitato (nei pressi dell'uscita autostradale per Morano), in località ricca di boschi sita proprio alle pendici del Pollino. Gli Agostiniani di Colloreto, si distinsero rispetto agli altri ordini ecclesiastici presenti in Morano, per le commissioni di alto livello artistico fatte pervenire nella loro Chiesa. Il cenobio poté godere infatti della protezione di molti nobili del luogo, oltre che della particolare munificenza di Erina Kastriota Skanderberg, moglie del feudatario Pietro Antonio Sanseverino, per grazia ricevuta in seguito alla nascita di Nicola Bernardino (1551-1606), ultimo dei Sanseverino. La Congregazione degli Eremitani di Colloreto, riconosciuta ufficialmente nel 1604, divenuta molto potente e facoltosa, col tempo venne soppressa: una prima volta nel 1751 e poi definitivamente nel 1809, con le leggi murattiane che prevedevano l'abolizione dei monasteri e di tutti gli altri ordini religiosi possidenti. In seguito a questi eventi, le prestigiose opere d'arte custodite nella Chiesa dei 'Colloretani', confluirono in paese, nelle chiese moranesi, dove a tutt'oggi si possono ancora ammirare.
Il testo è stato preso da http://www.comunemoranocalabro.it/



Venuti a conoscenza dell'esistenza di un luogo storico che fu palcoscenico di un momento di resistenza contro i soldati dell'esercito napoleonico, abbiamo subito preso la decisione di recarci sul luogo. Non senza difficoltà nel trovare la strada per il Monastero di S.Maria in Colloreto, alle ore 11,00 di domenica 15 aprile, siamo giunti a destinazione. Arrivando in cima ad un'altura desolata attraverso un impervio sentiero ci siamo trovati di fronte il nostro orgoglioso passato. Purtroppo in condizioni di totale abbandono. E' questo il segno che si è persa la memoria: ruderi antichi, pieni di storia e ricchi di emozionanti suggestioni, lasciati all'incuria e destinati all'oblio.

Abbandonare questi luoghi, che furono centro vitale della società nei secoli passati, significa dimenticare ciò che siamo stati. Il nostro territorio è stato il centro di una cultura millenaria che oggi appare dimenticata. Ma, dimenticando ciò, perdiamo il senso del nostro esistere nel mondo. Nell'ultimo secolo e mezzo siamo passati dall'essere protagonisti della cultura e dell'economia mondiale, ad essere un'appendice geografica dell'Europa.

E' anche colpa nostra. Ma non dimentichiamo tutte le politiche, che potremmo definire colonialiste, che ci hanno destinato governi incapaci e rivolti a difendere interessi di altri.

Dobbiamo riprendere le redini della nostra società, combattere i tanti vizi che ci hanno contraddistinto e rilanciare una prospettiva nuova.
Da questi ruderi rinasca un orgoglio meridionele capace di coinvolgere tutti nella ricostruzione di una coscienza perduta. Il popolo meridionale si merita altro. Ritroviamo il vecchio splendore.


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